Cosa diresti al mio funerale, Roberta?

“Ricordarmi che morirò presto è il più importante strumento che ho trovato per aiutarmi a fare le grandi scelte nella vita” Steve Jobs

Nel libro “Le 7 regole per avere successo”, Stephen Covey propone un esercizio in cui ti chiede di immaginare di andare al tuo funerale per ascoltare tre persone che parlano di te: un parente, un amico, un collega. Ti chiede di immaginare che dicano quello che tu desideri dicano di te e alla fine ti suggerisce di vivere la tua vita facendo in modo che, quando quel giorno verrà dicano proprio quelle cose.
Io ho aggiunto un elemento a questo esercizio, ho chiesto alla mia amatissima amica cosa direbbe al mio funerale ora, per capire a che punto sono nella mia vita, il punto da cui posso partire.

Cosa diresti al mio funerale, Roberta?

“Mia cara Edyta, quando ho ricevuto la triste notizia che eri morta ho sentito il cuore trafitto da una lama incandescente. Per un attimo la mia vita si è annebbiata. Ho temuto il peggio! Ma come mi hai sempre insegnato tu, ogni cosa è giusta, è perfetta. L’universo è perfetto!

Vorrei dirti molte cose. Ci provo. So che ora mi puoi ascoltare……

Se sono una persona migliore lo devo a te. Se non ho ucciso capi e/o colleghi o familiari lo devo a te! E non scherzo.

Sei stata per me una Madre, un’Amica, un’Amante meravigliosa.

Con te ho contattato l’Universo, la materia oscura, l’intuizione, l’intenzione, l’insight. Nonché tutto ciò che riguarda il popolo polacco: la patata lessa con il burro, le tisane profumatissime, l’amore per il clima freddo; e che dire dell’impegno per tenere saldo un matrimonio quasi perfetto!

Ho pensato di onorarti portando a termine il mio Diploma di Counselor: ti prego, stammi accanto.

Questi anni sono stati meravigliosi. Quasi preparatori a questo evento e questo saluto terreno.

Mi tengo di te l’amore per la vita, la curiosità, l’energia, la capacità di mettersi in discussione e di benedire le difficoltà, di saper dire di no, di andare sempre oltre….

Ho sempre visto in te l’Edyta sexy del 2010! E visto che oramai siete entrambe passate a nuova vita, mi sento di dirti che ho sempre percepito tuo marito come quella parte di te rigida, impaurita, ferita, in cerca sempre del primo boccone per cui sfamarsi.

Ti auguro di tornare presto sulla terra, tua sempre affezionata

                                                                                                                           Roberta”

La mia risposta dall’aldilà.

Grazie cara Roberta, è stato un dono immenso ascoltarti e scoprire cose nuove di me e di te. Le tue parole mi hanno fatto sentire desiderata, voluta, accolta. Una sensazione che pochissime volte ho percepito nella vita!

Come sarebbe la mia vita se io sapessi che qualcuno (almeno uno) mi accoglie e valorizza per quello che sono? Sarei sicuramente molto più felice e libera.

Tutti abbiamo bisogno di essere amati e di appartenenza. Per la maggior parte della mia vita cercavo che gli altri avessero bisogno di me, cioè pensavo: “Se non mi vogliono così come sono, almeno avranno bisogno di me. In questo modo sarò giustificata a vivere!”. Molto triste… scorrono le lacrime. Servire ed essere utile per uno scambio di amore e appartenenza è tutt’altro che la libertà di essere sé stessi. Qui mi viene una citazione: “È più facile cercare di essere migliore di quello che sei che essere quello che sei”, Marion Woodman.

Ma come dico io: ogni cosa è giusta e perfetta così com’è! (anche se io ho vissuto come un’ingiustizia – “ferita” da ingiustizia).  

“Vorrei dirti molte cose. Ci provo so che ora mi puoi ascoltare……”: mi hai fatto riflettere che nel mio ascolto non ero in pace. È tutto vero, essendo “risucchiata” dal bisogno di confermare il mio valore (non sapevo che ho un valore a prescindere da cosa faccio) a volte non ti ho ascoltata veramente. Mentre parlavi cercavo già risposte intelligenti, spesso svalutandomi interiormente per non aver trovato la risposta giusta (da cui arrivavano i miei frequenti mal di testa cervicali).

Ti ringrazio Roberta, perché non mi rendevo conto che, pian pianino, con il mio contributo sto rendendo questo mondo migliore, sto aiutando le persone ad essere sé stesse (per un attimo ho pensato di scrivere “persone migliori”).

Da te ho capito che a volte sono per gli altri come una Madre, un’Amica, un’Amante, ma che voglio essere anche per me una Madre Buona, un’Amica Buona, un’Amante impazzita.

È vero, io Amo la Vita, sono curiosa e ho la capacità di mettermi in discussione, ma non basta tutto ciò per vivere bene. Ci vuole il PERMESSO, il permesso per essere FELICI, per vivere la vita a pieni polmoni.

“Non c’è ostacolo più grande alla felicità che la paura di non essere degni d’amore e di essere predestinati a soffrire”, Nathaniel Branden.

Purtroppo, non abbiamo la percezione che è nostro diritto aderire alla Felicità, purtroppo abbiamo bisogno di un permesso che nessuno al di fuori di noi è in grado di rilasciarci, un certificato che ci autorizza ad essere felici. Questo certificato di permesso – autorizzazione dobbiamo rilasciarlo noi a noi stessi. Io ho già formulato il mio permesso, ho già scritto la mia autorizzazione (l’ho fatto fisicamente, sulla carta). Ora potrei firmare, ma ho paura, perché così dovrò prendermi la mia responsabilità della mia felicità e della vita.

Se firmo dovrò prendermi la responsabilità delle conseguenze che porta l’essere felici, e delle conseguenze che porta il successo (dal verbo “far succedere”). Dovrò abbandonare lo stato di vittima della vita, dovrò abbandonare la ricerca del colpevole della mia infelicità e dei miei insuccessi. Dovrò abbandonare il controllo degli altri perché continuino a fornirmi Felicità e Amore.

Chi sarò se firmo la mia autorizzazione? Non lo so ancora (non l’ho sperimentato) ma so che sarò me stessa!!!

Immagino che se mi autorizzassi ad essere me stessa potrebbe svanire quella parte di me (rappresentata da mio marito) rigida, ferita, in cerca sempre del primo boccone per cui sfamarsi, di riempire il vuoto (che io chiamo macchia nera) che porta a sostituirmi agli altri (soprattutto a mio marito) nella gestione delle loro responsabilità verso le loro emozioni e bisogni.

Immagino che se mi autorizzassi ad essere me stessa, svanirebbe la trappola di gestire gli stati d’animo degli altri per la paura che ritirino indietro l’accettazione che mi hanno “donato”, solo perché io stessa non ho abbastanza accettazione per me.

Ti ringrazio per questa splendida condivisione. Ora mi sento di dirti, cara Roberta, che se dovessi tornare in questa terra, vorrei tornare viva, viva veramente, cioè autorizzata e degna d’AMORE. Tornare abbandonandomi alla vita e non controllando la vita. Vorrei tornare lasciando indietro tutte le mie sofferenze e ferite.

 Ora so che tutto questo è possibile solo se io DECIDO di firmare…..

                                                                                                                 Tua  Edyta.

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1 commento su “Cosa diresti al mio funerale, Roberta?”

  1. Cara Edyta, bellissimo questo scambio fra te e la tua amica Roberta!!!.
    È sorprendente l’idea di scrivere le lettere immaginando la circostanza di un’Amica che lascia questo mondo terreno….colpisce al cuore cosa si ha dentro!
    Ho appena scoperto il tuo blog…grazie davvero per le tue condivisioni!
    Un saluto, in attesa di conoscerti…
    Patrizia

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